Il falso mito della collaborazione

La collaborazione è sopravvalutata.

Ci siamo fatti convincere del contrario da tonnellate di teorie semplicistiche che davvero hanno poco a che fare con le dinamiche reali in una media azienda (italiana).

Il concetto del “lavoro di squadra” evoca entusiasmo e piacevoli sensazioni di incontro con l’altro, ma al di là dell’immaginario spesso si concretizza in modalità deprimenti. I principi teorici sono tutti giustissimi: il dialogo, la contaminazione, l’unione che fa la forza, il superamento dell’individualismo e l’1+1 che fa 11.
Ok. Il problema però è che tutto ciò esiste in una dimensione ideale, una specie di film della Pixar che alimenta credenze e ambizioni in molte organizzazioni, ma che solo di rado riesce a manifestarsi in questo nostro mondo fatto di materia. Perché?

Collaborare veramente significa coinvolgere il gruppo in una strategia, un piano o una soluzione, come se ogni individuo fosse una parte della stessa mente e dello stesso corpo. Vuol dire che se io sono un braccio e devo arrampicarmi su un albero, dovrò necessariamente coinvolgere un paio di gambe e un’altro braccio, oltre a un cervello che metta in sequenza i movimenti da compiere. Ma la maggior parte delle aziende non costruisce i gruppi di lavoro secondo questa logica compensativa e sinergica, bensì sommando una serie di individui apparentemente “completi”, o meglio, incapaci di riconoscere la propria parzialità e dunque incompatibili con gli altri, tendenzialmente autonomi, con competenze e capacità per lo più slegate tra loro.

Di conseguenza, ciò che chiamiamo collaborazione spesso è semplicemente un gruppo di persone chiamate a lavorare insieme. Nella migliore delle ipotesi può avere luogo una proficua condivisione; nella peggiore, si verificherà un depotenziamento del talento e della competenza individuale.

Immaginiamo un film di animazione dal titolo “The Team”. È la storia di un bravo marketer che si è fatto il culo per anni: sa il fatto suo, è ambizioso e vuole raggiungere i propri obiettivi. Viene assunto da una nuova azienda ed è molto felice perché l’azienda gode di ottima reputazione e lo stipendio è più alto del precedente. È una bella giornata di sole in una qualche ridente metropoli, ma entrato in ufficio il protagonista deve vedersela con il manager. Questo si proclama promotore-dello-spirito-di collaborazione, gli spiega un sacco di concetti banali spacciandoli per verità illuminanti, e vuole che il bravo marketer condivida con i colleghi il progetto, che li coinvolga attivamente per farli sentire parte della missione. Tutto più che giusto, in teoria.

Poi, in una delle scene chiave, il manager presenta al bravo marketer il proprio team. Il problema però è che al bravo marketer sono stati affiancati profili disomogenei, non complementari e magari poco qualificati (forse pensando che così potranno crescere ). Insomma, la classica squadra improbabile e senza speranze.

Il bravo marketer si trova quindi al tavolo con un ansioso neolaureato, una junior qualcosa, il figlio sfaticato del proprietario e un paio di demotivati individui in cerca della loro strada e possibilmente di un sussidio di disoccupazione.

E qui c’è il bivio.
Nel film di animazione il protagonista sarà in grado di motivare il team, di innescare la trasformazione personale di tutti i suoi membri, che avremo modo di conoscere e apprezzare per le loro caratteristiche individuali. Quando ognuno troverà il suo posto tutto comincerà a funzionare e il gioco di squadra permetterà il superamento della sfida al centro del plot.

Nella realtà, invece, le cose andrebbero probabilmente in modo diverso. Il bravo marketer dovrebbe fare finta di prendere in considerazione opinioni e proposte deboli, scollate dal contesto o inconsistenti, per poi fare giustamente a modo suo (per il bene dell’azienda) delegando al resto del “team” azioni non determinanti e producendo l’ennesimo spreco di risorse.
L’interesse verso le storie degli altri e l’impegno nello sviluppo del potenziale individuale di ogni membro del gruppo, sarebbero sacrificati sull’altare dell’urgenza e delle ristrettezze di mezzi, nonché sulla mancanza di management e facilitazione. Il bravo marketer se ne andrebbe dopo pochi mesi lasciando l’azienda al suo destino.

Quindi, come si fa a proiettarsi in una idilliaca dimensione cinematografica evitando di sprofondare nel cinico, feroce ma realistico quadretto appena descritto?
Ovviamente implementando una reale collaborazione.

Ripetiamolo insieme: se posso farlo da solo, non c’è bisogno di collaborazione alcuna.

Avete presente il gioco di squadra nello sport? Ecco, lì una squadra è fatta di ruoli che si incastrano secondo una strategia comune, coordinata da un leader verso un medesimo obiettivo.
Organizzazioni, reparti e gruppi di progetto, dunque, dovrebbero mettere a fattor comune conoscenze e competenze già dalla definizione dei gruppi stessi e del loro assortimento di hard e soft skill, ma anche di inclinazioni, motivazione e aspirazioni.
Certamente: i giovani e gli inesperti devono trovare occasioni di crescita, ma ciò non lo si ottiene rendendoli un peso per quelle “locomotive” che sono chiamate da sole a portare l’80% o più dei risultati.
Un gruppo efficiente e sereno deve essere, nell’ordine:
– Ben progettato
– Ben educato
– Ben coordinato

Credere nella collaborazione non basta: bisogna saperla applicare. Pensare che sia una innata capacità degli individui è una follia.
Quello che avviene dei film della Pixar e che molto di rado troviamo nella cruda realtà è la facilità con cui si trasformano le idee (dei personaggi) in decisioni e in azioni.
Come sempre, la cultura organizzativa è il vero “manuale delle procedure” dal quale si ramificano i processi e i comportamenti su tutti i livelli: strategico, gestionale, operativo.

Scegliere di valorizzare il gruppo è una scelta “a monte”, quantomai saggia e vincente, ma tutt’altro che semplice nelle diverse forme di applicazione. Il gruppo ha facoltà di autoregolarsi se alla base ci sono i giusti inneschi.
Si devono conoscere i metodi e le implicazioni del “produrre valore insieme”, si deve mettere in conto l’errore e la revisione (delle dinamiche di gruppo), e sì, ci vuole un esperto che se ne occupi e che probabilmente vorrà essere retribuito.
Insomma, sul gruppo si deve lavorare assiduamente e con grande competenza.
Altrimenti (o nel frattempo), tanto vale lasciare liberi i singoli di fare del loro meglio, senza zavorre o ipocrisie, preferendo un buon solista che si prende la scena a un’orchestra incapace di suonare insieme.

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L’autore

Io sono Antonio Laudazi, da oltre 10 anni anni mi occupo di strategia, innovazione, cultura organizzativa e management.
Lavoro come consulente strategico e formatore, aiutando professionisti e aziende a migliorare la qualità delle proprie azioni.
Sono poi autore del libro “Niente sarà più come prima”, (Dario Flaccovio Editore), docente e formatore su tecnologie innovative e project management.

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