Informare dei cambiamenti

C’è un sintomo facilmente osservabile che può indicare una pericolosa disfunzione in azienda, ed è questo: le persone non si preoccupano di informare gli altri di eventuali cambiamenti.

Lo scrivo di nuovo, perché tanto alla prima non hai letto con attenzione: le persone non si preoccupano di informare gli altri di eventuali cambiamenti.

Più queste persone sono in alto nella gerarchia e peggio è.
I cambiamenti sono continui: lo stato di un progetto, una iniziativa interna, un bug sul sito, l’acquisizione o la perdita di un cliente, un problema di infrastruttura, una posizione aperta.

In un sistema efficiente la comunicazione è al primo posto: dalle tattiche militari ai formicai, fino alle radici degli alberi nelle foreste.

Se tutti sono aggiornati circa lo scenario, tutti possono prendere le decisioni migliori.

Ma introdurre nuovi processi di comunicazione non è come introdurre una nuova tecnologia, e si fa una fatica bestiale.

Come mai?

Ovviamente il motivo sono le resistenze dell’essere umano. Resiliente (qui in senso negativo) come un ramo di ciliegio, sembra flettersi, cambiare posizione, ma come lasci la presa un attimo torna allo stato iniziale.

Tale stato iniziale è così difficile da modificare perché  è stato determinato nel tempo dalla propria cultura (in senso lato, ovviamente), ed è il frutto di condizioni ed eventi stratificati.

Se una nuova tecnologia, ad esempio, viene percepita come uno strumento esogeno, un regalo proveniente dall’esterno che abiliterà nuove opportunità, la comunicazione, in quanto processo culturale, impatta sulle credenze della persona stessa o, ancor peggio, del gruppo, che diventa clan.

E dunque è la cultura organizzativa la prima responsabile della direzione e del successo di un’azienda. Rende le persone aperte al cambiamento o al contrario riottose fino all’autodistruzione. Ognuno di noi avrà potuto osservare come l’ostinazione, talvolta e contro ogni buon senso, possa condurre in errore con un vigore e una convinzione inarrestabili.

La cultura muove ogni cosa, dallo sviluppo delle risorse umane al modello commerciale, passando per il marketing e la relazione con i clienti; la cultura muove il sole e l’altre stelle del business, ovvero i valori, i principi etici e la loro applicazione dentro e fuori l’azienda.

È un tema molto vasto, ma un consiglio pratico lo possiamo intanto portare a casa.

Se noti una certa attitudine alla “dimenticanza” nella comunicazione, se omettere un’informazione sembra essere preferibile a spendere una mail, un messaggio su Slack o persino un maledetto whatsapp verso un collega, allora chiediti quale elemento culturale non sta funzionando, quale aspetto della mentalità personale o collettiva sta interferendo con il più prezioso dei processi, e intervieni subito.

Un primo passo è sollevare il problema, rendersene conto. Se non è troppo radicato, parlarne è già un primo livello di soluzione.

In secondo luogo puoi verificare se i processi di comunicazione sono ben oliati: banalmente se ci sono delle regole che le persone sono chiamate a seguire a tal fine, e se ci sono strumenti efficienti per applicarle (come il già citato Slack).

Terzo: chi controlla che vengano applicate?
Se non è già presente, nomina un/a responsabile che faccia monitoraggio e soprattutto raccolga feedback e predisponga dei report.

Se il problema persiste, consultare uno specialista (quale il sottoscritto) per un intervento più deciso.

Come ormai si trova scritto anche sui muri delle metropolitane, “non si può non comunicare”, e chi manca di farlo sta in realtà manifestando il suo disinteresse.

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L’autore

Io sono Antonio Laudazi, da oltre 10 anni anni mi occupo di strategia, innovazione, cultura organizzativa e management.
Lavoro come consulente strategico e formatore, aiutando professionisti e aziende a migliorare la qualità delle proprie azioni.
Sono poi autore del libro “Niente sarà più come prima”, (Dario Flaccovio Editore), docente e formatore su tecnologie innovative e project management.

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