Le domande sono formule magiche

Domandare può essere un’atto molto potente. Una domanda ben posta è una formula magica capace di dischiudere porte e rivelare ogni volta pezzi di mondo (o di verità) che ci erano nascosti.

La domanda è d’altronde il più istintivo metodo di apprendimento.
Il bambino intelligente fa domande, l’allievo curioso fa domande, il buon consulente comincia il proprio lavoro facendo domande.
È un concetto che ritroviamo un po’ ovunque: nelle discipline esoteriche, nella filosofia, nel marketing, in letteratura.

La cultura odierna della velocità e della “facilità” vorrebbe le risposte come obiettivo prediletto di indagine, ma senza domande non ci sarebbero risposte, così come domande sbagliate generano risposte fuorvianti.

E poi la domanda è uno strumento per riflettere.

Se c’è una domanda che mi pongo costantemente in vari ambiti è la seguente:
“cosa vuole?”.

Cosa vuole Maria, cosa vuole Simone, cosa voglio io?
Quando devo impostare una strategia in azienda non parto mai dalle azioni; mi domando invece “cosa vuole ottenere?”
Certo, avere una risposta non sarebbe male, ma la domanda basta a se stessa.

La domanda innesca un ragionamento corale e individuale all’interno dell’organizzazione, che dopo un paio di risposte buttate lì a caso inizia a interrogarsi veramente su quali siano le motivazioni che spingono verso determinati risultati.

Questo passaggio è straordinario nonché propedeutico a tutto il resto: obiettivi, processi, persone, tecnologie, azioni, misurazione.
Come ho detto all’inizio, le migliori domande sono universali, direi “esistenziali”, e si applicano ovunque.

Se devo scrivere un romanzo, andrò a definire le caratteristiche dei personaggi affinché risultino coerenti e riconoscibili. E quale domanda posso fare se non “cosa vuole?”.
Cosa vuole ottenere, cosa vuole superare, cosa vuole cambiare.
Senza conoscere le intenzioni di un personaggio come possiamo pensare di muoverlo all’interno di uno scenario e lungo una storia?

Un altro esempio.
Nel coltivare la propria sfera spirituale le persone scoprono e praticano varie discipline, si approcciano a scuole di pensiero o filosofie particolari, utilizzano strumenti.

Ma in quasi ogni classe o seminario che ho potuto frequentare ho notato l’assenza di una domanda determinante per inquadrare il percorso di ogni partecipante: “cosa vuoi?”.
Che non è come chiedere “perché sei qui?” in un tipico giro di tavolo.

“Cosa vuoi?” costringe l’individuo a cercare molto più in profondità il motore che muove le intenzioni e le azioni, affinché queste non siano fini a se stesse, non siano indotte dai desideri di altri piuttosto che dai condizionamenti dell’ambiente.

Per chiudere, “cosa vuoi?” è la domanda che pongo a chiunque mi chieda opinioni e suggerimenti sul proprio percorso di vita o professionale.
E la cosa bella è che si può anche non rispondere; anzi, nella maggior parte dei casi è difficile farlo; una difficoltà che va accolta.

Ma quando la domanda arriva nel momento giusto e con la dovuta intensità, può condurci nella tana del coniglio.
Un luogo meraviglioso, talvolta pericoloso, nel quale avremo però una grande opportunità di crescita e consapevolezza: incontrare le molte e bizzarre forme dei nostri desideri.

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L’autore

Io sono Antonio Laudazi, da oltre 10 anni anni mi occupo di strategia, innovazione, cultura organizzativa e management.
Lavoro come consulente strategico e formatore, aiutando professionisti e aziende a migliorare la qualità delle proprie azioni.
Sono poi autore del libro “Niente sarà più come prima”, (Dario Flaccovio Editore), docente e formatore su tecnologie innovative e project management.

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