L’importanza di non agire

A volte vorrei essere ringraziato per non aver agito. Nel lavoro, nella vita… ma non succede mai.

Nella  società ultraperformante l’unica scelta possibile è il movimento, ricercando ossessivamente azioni e reazioni. Eppure, dell’agire senza azione si parla in molte epoche e culture, dal Wu Wei del taoismo fino all’antifragilità di Taleb.
In questo articolo, cerco di individuare i casi e i benefici della non-azione nel management e nella consulenza strategica, partendo da una semplice domanda: “cosa c’è di male a non fare niente?”. Non dico sempre, è ovvio. Ma “a volte”, non sarebbe meglio stare un po’ fermi?

Perché non riusciamo a concepire blocchi di non-azione come parte dell’agire? Quando riflettiamo, ad esempio, stiamo giustamente fermi. Diamo spazio alla nostra mente per elaborare idee e strategie.  Nei bambini la noia è notoriamente un momento per alimentare la creatività, e anche da adulti, in mancanza di azioni dinamiche, gli individui iniziano un processo fondamentale di introspezione. D’altronde l’universo che abbiamo dentro è tanto vasto quanto ciò che è osservabile al di fuori; altrettanto ricco di risposte e soluzioni.

Nel business, tuttavia, pare che questi principi non siano applicabili. Devi agire, intervenire, fare, completare.
C’è però un problema, e qui mi rivolgo ai colleghi manager e consulenti: nel vostro personale osservatorio, sono di più gli errori o le occasioni mancate?
Attenzione, non voglio promuovere una cultura del fancazzismo, né invitare ad abbandonarsi totalmente al caso e al caos. Ma le cose spesso hanno bisogno di maturare e di risolversi per conto proprio. Ce lo insegna la Natura, porca miseria!

Facciamo l’esempio di un uomo che si annoia, non sa cosa fare, e allora si mette a cogliere della frutta acerba. Così facendo antepone il proprio ritmo e il proprio tempo a quello dell’albero che gli da sostentamento. Come risultato mangerà della frutta insipida, poco nutriente o addirittura non commestibile, e non ne potrà disporre in futuro, quando sarebbe stata dolce e succosa. In quel caso, sarebbe stato meglio attendere, anche a costo di fare niente.

In molti campi della strategia, a partire da quello militare, cicli di non azione sono totalmente funzionali al raggiungimento degli obiettivi. In una negoziazione, chi parla per primo perde (o almeno così si dice…). L’orso non passa le giornate a smanaccare lungo il fiume, ma aspetta con pazienza il momento giusto per compiere un singolo attento e meditato gesto, moltiplicando le probabilità di afferrare al volo l’agognato salmone.

Perché il punto è questo: le cose vanno comunque avanti, a prescindere da noi.

Mi capita spesso di osservare aziende che rincorrono spasmodicamente la crescita, il risultato, l’acquisizione di nuovi strumenti, ma non si danno il tempo per attendere il momento giusto, la perfetta congiunzione astrale che muoverà gli eventi in una direzione propizia.  È quello il momento per intervenire. Si aspetta il vento favorevole, poi si issano le vele.

Quando suggerisco di aspettare (spesso e volentieri perché non ci sono i presupposti per un’azione afficace), sto consapevolmente allontanando il rischio di compiere azioni avventate, quelle che in gergo tecnico chiamiamo cazzate. Quando suggerisco di non assumere una certa risorsa sto cercando di risparmiare denaro in attesa che la necessità di quel ruolo emerga con più chiarezza. Quando in un dato momento interrompiamo una campagna pubblicitaria stiamo forse eliminando una distrazione superficiale per focalizzarsi su problemi più contingenti.
Quando, infine, non mi faccio sentire per qualche giorno, sto magari testando il livello di autonomia di un gruppo di lavoro, o sto recuperando idee ed energie per agire con più efficacia.
Ma tutto questo non viene quasi mai riconosciuto.

Così come non si può non comunicare, probabilmente non si può non agire. La stasi in quest’ottica è solo un modo per delegare qualche responsabilità al flusso naturale e spontaneo degli eventi, riconoscendo, magari, che l’uomo è tutt’altro che infallibile, che le sue capacità di intervento sono costantemente compromesse da pregiudizi e carenze informative, e che esiste al di sopra di noi un fluire intelligente che muove le cose, la cui corrente a volte impetuosa può darci slancio o sbatterci contro un ostacolo, a seconda del momento.

E allora, se effettivamente la pratica dell’attesa porta dei benefici, sarebbe utile che fosse codificata, che rientrasse cioè nei ranghi di quella cultura aziendale della quale ci riempiamo tanto la bocca, ma che di fatto risulta essere ancora uno dei temi più difficili e fondamentali. Perché, diciamoci la verità: si rischia di meno a stare fermi che a fare un passo sbagliato.

In copertina, “L’ufficio che attende”, opera generata tramite AI.

Condividi questo articolo:

Come la quarta dimensione digitale sta cambiando relazioni, comportamenti ed economie

Leggi gratis le prime 45 pagine!
Condividi questo articolo:

L’autore

Io sono Antonio Laudazi, da oltre 10 anni anni mi occupo di strategia, innovazione, cultura organizzativa e management.
Lavoro come consulente strategico e formatore, aiutando professionisti e aziende a migliorare la qualità delle proprie azioni.
Sono poi autore del libro “Niente sarà più come prima”, (Dario Flaccovio Editore), docente e formatore su tecnologie innovative e project management.

Articoli correlati

Ti è piaciuto questo post?

Nella newsletter trovi contenuti dedicati solo agli iscritti