Un buon consulente

Un buon consulente non dovrebbe essere troppo bravo, né avere obiettivi troppo ambiziosi per i propri clienti (sennò rompe il c***o).

Dovrebbe svolgere senza eccesso di zelo il ruolo di “consigliere specialista” in quelle materie che il capo, comunque onnisciente, non ha tempo di gestire.

Dovrebbe sostenere le intuizioni del top management, come un umile editor conferma il talento dello scrittore (anche quando è l’editor a scrivere il libro partendo da un vocale di whatsapp).

Dovrebbe spronare gli operativi ma senza esagerare, perché una dolce improduttività è preferibile a una rivolta o a un ammutinamento. Si sa: il recruiting costa, specialmente quando non si ha la più pallida idea di quali risorse inserire in azienda.

Un bravo consulente è come l’abbonamento in palestra: rassicura sul fatto che stiamo investendo nella propria salute, anche quando in palestra non ci mettiamo piede.

Un bravo consulente, in realtà, non si sa neanche bene di cosa dovrebbe occuparsi.

È uno strano ibrido tra uno psicologo, un nostromo, una balia e un foglio excel. Praticamente un mostro informe. E non costa neanche poco.

Eppure è uno dei mestieri più vecchi del mondo, se si pensa ai consiglieri dei regnanti, ai vecchi saggi o agli esperti strateghi che costruivano e disfacevano imperi nell’ombra. È uno dei mestieri più carichi di responsabilità, se osserviamo la totale inadeguatezza di una classe politica semi-analfabeta, retta appunto da una fitto sistema di consulenze.

Ma non paragonatelo all’allenatore. Quello del consulente è un mestiere senza fama e senza gloria.

A meno che…

Forse una via d’uscita c’è. Il consulente dovrebbe maturare una illogica, quasi perversa soddisfazione nell’osservare le gioie e i successi altrui.

Potrebbe accettare il proprio ruolo di aiuto e supporto incondizionato alla missione di qualcun altro, come un moderno Atlante che regga su di sé il peso del mondo senza che nessuno se ne accorga.

Ecco, forse (e sottolineo “forse” ) se il consulente accettasse il nobilissimo rango di servitore, allora inizierebbe davvero ad essere un bravo consulente, o un consulente “illuminato”.
Non proprio una guida, non del tutto. Qualcosa di più vicino a un affettuoso e ultra-competente tutore.

In questo modo cesserebbe di essere l’imprenditore mancato, l’attore non protagonista, il professionista ambizioso ma irrisolto che davvero può rivelarsi nella forma di un isterico, frustrato e narcisista rompicoglioni.

Le aziende raramente riescono a valorizzare il buon consulente, questo è certo. Ma altrettanto raramente il consulente è davvero un buon consulente.

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L’autore

Io sono Antonio Laudazi, da oltre 10 anni anni mi occupo di strategia, innovazione, cultura organizzativa e management.
Lavoro come consulente strategico e formatore, aiutando professionisti e aziende a migliorare la qualità delle proprie azioni.
Sono poi autore del libro “Niente sarà più come prima”, (Dario Flaccovio Editore), docente e formatore su tecnologie innovative e project management.

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