Vision pro: l’inizio di tutto?

Nella visione (appunto) di Apple c’era qualcosa di sfuggente e i conti sembravano non tornare. Ma dopo aver seguito i primi giorni dal lancio, e pur senza averci ancora messo sopra le mani, mi sono fatto un’idea abbastanza chiara di che cosa questo nuovo device possa rappresentare per il mercato dell’innovazione e per l’evoluzione dei nostri sistemi informatici.

Punto primo: non è AR, non è VR, è spatial computing. Sfumature, certo, ma che fanno la differenza.

Ne parlo da circa 8 anni: l’ambiente digitale è destinato a evadere dalla cornice di laptop e smartphone, per mescolarsi al nostro spazio concreto e tridimensionale. Prima o poi avverrà.

Ma perché dovrei riempire il mondo di finestre e applicazioni virtuali quando posso tenerle nel mio pc o nel mio telefono?

Semplice: per una questione ergonomica. L’uomo è progettato per vivere nella tridimensionalità. Passare 8 ore o più al giorno su uno schermo piatto è innaturale e non può che rappresentare una fase di passaggio verso una integrazione più profonda tra fisico e virtuale.

E poi ci sono oggetti e invenzioni in grado di creare nuovi comportamenti, non sempre del tutto intuitivi né particolarmente necessari o decisivi.

Potremmo fare un parallelismo con il dirigibile. Dal punto di vista pratico e costruttivo era chiaramente destinato a una breve vita, ma è stato usato (da pochi), era bellissimo, e ha portato le prime persone in volo, per imprimersi nell’immaginario collettivo come simbolo della conquista del cielo, diventando oggi oggetto di culto irrinunciabile per l’estetica  retro-futurista.

Forse siamo di fronte a un caso altrettanto emblematico?

Il visore di Cupertino è sinuoso, solido, radicale e dunque fortemente desiderabile. E attenti a non sottovalutare la portata del desiderio, che regola più o meno il 90% dei nostri comportamenti.

È per tutti? Ovviamente no. Ha un costo molto elevato, dovuto alla qualità costruttiva di primissimo livello, e se da un lato ciò ne inibisce l’adozione di massa, dall’altro contribuisce a renderlo ancora più sexy. Probabilmente se tutti potessero permetterselo, chi se lo può davvero permettere perderebbe una parte di interesse.

Ma per una nicchia di appassionati ed entusiasti della tecnologia con una buona disponibilità economica è semplicemente irresistibile.

E non è poco. Anzi, credo che l’obiettivo di ogni prodotto con delle reali ambizioni non sia piacere sufficientemente a tutti, ma essere irrinunciabile per pochi. Si parte da lì e poi, se si vuole, si trova il modo di scalare con le versioni successive (vedi iPhone).

Altro aspetto: Vision Pro commercialmente sarà un flop. Considerando i numeri di Apple risulterà quasi irrilevante a fronte di investimenti davvero cospicui.

Ma sta tutto nei piani. È un’oggetto creato per ribadire un primato, per imporre (ancora una volta) il brand Apple come l’unico in grado di garantire prestazioni e status symbol allo stesso tempo. L’unico brand in grado di rendere figo il concetto di “nerd”.

Quando ciò accade, le valutazioni sul rapporto qualità-prezzo svaniscono miseramente.
È ovvio: razionalmente, oggi non avrebbe senso acquistare un Vision Pro per accedere alla realtà virtuale o mista, quando con un sesto del budget mi porto a casa un Meta Quest 2.

Ma il punto è che questo non è un prodotto che richiama alla razionalità, ed Apple si è proprio tirata fuori dalla competizione.

Anche gli scenari futuri sono più chiari adesso. La rotta verso una realtà aumentata radicale (o spatial computing) è segnata, e al momento sembra che sarà Apple a trainare il settore.

Nel giro di 10 anni avremo probabilmente dei visori perfettamente indossabili e confortevoli che ci forniranno una marea di informazioni direttamente nei luoghi e sugli oggetti intorno a noi. Cambieremo l’architettura dei nostri spazio di lavoro, portando all’estrema ratio alcuni principi dello smart working ad oggi solo teorici, e modificheremo la nostra relazione con l’information technology.

Questa sarà la prossima grande rivoluzione tecnologica, accanto ovviamente all’avvento di un’intelligenza artificiale generale che potrebbe incrociare la propria traiettoria con quella dell’immersività offrendo un livello spaventosamente avanzato di ibridazione tra fisico e digitale.

Ma potrebbe accadere anche un’altra cosa.
Con la radicalizzazione del nostro potenziale cibernetico, ovvero con sempre più persone che assomiglieranno nell’aspetto e nel comportamento a Robocop o ad Iron Man, potrebbe acuirsi il divario tra gli entusiasti e i detrattori dell’ultra tecnologia.

Non mi stupirei se sull’onda di A.I, VR e Metaverso nascessero movimenti e contro-culture di opposizione, atte a promuovere l’emancipazione da tali sistemi se non addirittura a sperimentare modelli sociali radicali nei quali fare a meno di queste tecnologie per recuperare un contatto autentico con lo stato di natura dell’essere umano.

Io non so ancora da che parte stare, ma è una riflessione più urgente di quanto si possa pensare.

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Come la quarta dimensione digitale sta cambiando relazioni, comportamenti ed economie

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L’autore

Io sono Antonio Laudazi, da oltre 10 anni anni mi occupo di strategia, innovazione, cultura organizzativa e management.
Lavoro come consulente strategico e formatore, aiutando professionisti e aziende a migliorare la qualità delle proprie azioni.
Sono poi autore del libro “Niente sarà più come prima”, (Dario Flaccovio Editore), docente e formatore su tecnologie innovative e project management.

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