La competenza più importante, oggi, è saper leggere la vita attraverso i suoi molteplici filtri e livelli, per arrivare (forse) a convivere con l’idea che la realtà non esiste, o, nella migliore delle ipotesi, è un prisma che mostra immagini e colori diversi in base alla “posizione” di chi osserva.
L’idea non è nuova, ma ne ho avuto conferma in mezzo ai monti abruzzesi, durante un cammino di oltre 100 km che ho appena terminato.
È una bellissima giornata di sole. Dopo 4 ore e mezza di salita raggiungo un luogo onirico, sospeso nello spazio-tempo. Un lago incastonato in una valle incontaminata, alle cui acque si abbeverano cavalli allo stato brado e alcune mucche.
Nessun altro umano, solo io, il che mi permette di immergermi completamente in quello spazio, e di appartenergli.
Il suono del vento è intervallato dal dolce e imprevedibile ciondolare dei campanacci legati al collo di alcuni tra gli animali, e dal nitrire dei possenti equini che salgono e scendono dalle alture, muovendosi liberamente tra le valli circostanti.
L’odore è di erba, sterco e bestia, tipico dei pascoli di alta quota.
Quello che mi circonda sembra più uno spazio interiore che un “posto”. La materializzazione di una dimensione meditativa.
Ma è davvero questa la realtà? Oppure il mio filtro sensoriale, culturale ed emotivo mi sta facendo vedere ciò che mi fa più comodo, o che desidero vedere?
Dopo un po’ lascio il lago per entrare in una valle maestosa. Mi serve acqua e mi fermo alla casetta di un pastore che mi offre un caffè. Iniziamo a parlare. Mi racconta di quelle valli, dei cavalli e del lago.
Il sogno si incrina e i veli iniziano a calare.
Primo velo: è un allevamento da carne. Lo avevo immaginato, non sono così ingenuo, ma tenevo l’idea distante per non sporcare quell’esperienza così pura.
Quindi quegli animali, incarnazione e simbolo di una natura idilliaca e di una libertà ancestrale, nella realtà dei fatti saranno macellati e venduti chissà dove, come una merce qualsiasi.
Secondo velo: i cavalli e le vacche hanno ammazzato il lago. Urina ed escrementi hanno reso l’acqua invivibile per le specie che lo popolavano, come tritoni e salamandre. Non c’è quasi più ossigeno, e stanno crescendo alghe che non dovrebbero esserci. Il lago sta morendo.
Terzo velo: il pastore, che da anni si batte per preservare quel luogo, è stato vittima di atti intimidatori. Poco tempo fa gli hanno ucciso i cani, mettendo a dura prova la sua già faticosa attività. Evidentemente la sua lotta a tutela di quell’ecosistema non piace a qualcuno. La solita storia.
Saluto il pastore.
Mentre proseguo scendendo a valle lungo una ripida gola, rifletto su tutto questo.
Che cos’è davvero quel luogo? A prescindere dalla relazione che scelgo di costruire con esso, e a prescindere dalla mia percezione, così tanto influenzata dai dati in mio possesso.
Perché adesso quello non è più lo stesso posto di prima?
È stata tutta un’illusione?
Se non avessi ma parlato col pastore cosa avrei raccontato di questa esperienza: una verità o una menzogna?
Quel luogo, e quindi un qualunque fatto, credo che possano coesistere simultaneamente in versioni diverse a seconda della nostra interpretazione, senza bisogno di cercare una verità unica a inscindibile dalle altre.
È questa la complessità nella quale siamo chiamati a navigare.
Occhio che qui non c’è niente (o quasi) di filosofico e la questione è molto pratica. Concerne la capacità di stare nell’esperienza in maniera fluida, pronti cioè a mettere in discussione il concetto stesso di verità, consapevoli che la realtà è multipla e multiforme, e cambia in relazione a determinate variabili (informative, emotive, percettive).
Tale capacità non è forse una competenza centrale nella totale incertezza dello scenario odierno?
Una competenza che tuttavia ha un prezzo molto alto: la perdita dell’innocenza intesa come principio identitario.
Perché se noi cambiamo la realtà, allora la realtà ci cambia continuamente. Siamo esseri cangianti che cercano di sopravvivere in un mondo caotico. E se perdiamo identità dobbiamo trovare degli appigli.
Ma quali?
Alcuni li cercano all’esterno, dove è più facile: soldi, beni materiali, lavoro, uno stile di vita. Si definiscono a se stessi e a gli altri in base a ciò che possiedono e la loro esistenza diventa una lotta continua per ottenere e mantenere tale status.
Voglio essere sincero: lo si potrebbe criticare ma è un buon metodo. Forse non condurrà a chissà quale risveglio interiore, ma in questa vita certamente offre un appiglio per non finire alla deriva.
Altri li cercano in superficie: concentrandosi sul proprio corpo e sviluppandolo. Si definiscono in base alla propria persona e alle proprie capacità fisiche.
È un buon metodo perché il corpo è la cosa più prossima a noi stessi che abbiamo. Mantenerlo in salute e godere delle sue capacità (penso agli sportivi) è una sicurezza in un mondo che si sgretola fuori da noi.
Altri provano a cercare dentro qualcosa di molto sfuggente. Un’essenza, un “io”, una luce di autenticità: chi sono davvero? Cosa ci faccio qui? Qual è il mio scopo? I pochi che trovano davvero qualcosa hanno finalmente una missione interiore che quando è autentica diventa inattaccabile. La loro via esistenziale si svela giorno dopo giorno, non priva di dubbi (anzi), ma ben tracciata e quantomai luminosa.
Quale che sia la sia la scelta, abbiamo bisogno di qualcosa a cui aggrapparci quando l’angoscia prova a trascinare via ogni certezza.
Ma possiamo usare questi principi anche nella dimensione aziendale?
Assolutamente sì. Una scelta, un progetto, la gestione di gruppi e singole persone, una strategia.
In ogni fase e in ogni ciclo senza accorgercene prendiamo in considerazione uno scenario e su quello costruiamo la propria mappa. Una soltanto, costruendo uno spazio di manovra bidimensionale. Se la mappa è giusta andrà bene, altrimenti no.
Si tratta quindi di allenare questa competenza anche nelle questioni organizzative, per iniziare a vedere più mappe simultaneamente e muoversi in uno spazio multidimensionale.
Come risultato avremo una maggiore fluidità e prontezza rispetto agli scostamenti, agli imprevisti e ai rischi. Ma anche lucidità e serenità, antidoti efficaci contro il panico e le decisioni sconsiderate. Qualcosa che non sta funzionando in una realtà potrebbe invece funzionare in un’altra, e il fallimento sarà molto più spesso accolto come una carenza nella visione e nella percezione, non come un errore personale o una responsabilità individuale.
Le implicazioni di questo approccio sono numerose, e non esauribili in un post, ma l’obiettivo (e la mia proposta) è sempre lo stesso: fare in modo che siano la crescita personale e la consapevolezza individuale a spingere verso un’evoluzione della cultura e dei sistemi organizzativi.


